Gallo cedrone

24 febbraio 2016 by Maurizio Lancini in NaturaRaccontiUccelli
Gallo cedrone

Ho una passione sfrenata per i tetraonidi, ho passato tante notti appostato per osservare Galli forcelli e giornate intere a cercare Pernici bianche, ma nei miei sogni c’è sempre stato il Gallo cedrone. In provincia di Brescia è ormai ridotto a pochissimi esemplari sparpagliati in un vastissimo territorio, non so nemmeno quanto sia reale o mitologica la sua presenza, resta il fatto che per me è sempre stato un sogno che non credevo di poter realizzare. Questo sogno un giorno si è concretizzato, per chi ne ha voglia vi racconto come.

Tutto è iniziato a maggio 2013 quando un amico mi fa conoscere un bosco abitato dal Gallo Cedrone: è solito vederlo di sfuggita durante le sue escursioni. E’ l’occasione che aspettavo da anni e non potevo lasciarmela scappare.

Coinvolgo Ivan, compagno di scorribande fotografiche, decidiamo di unire le forze. Non ne sappiamo molto, anzi direi proprio che non abbiamo nemmeno idea da dove cominciare, ma la passione e la determinazione non ci mancano. Prima cosa da fare è passare in libreria, bisogna farsi un’idea almeno teorica di cosa abbiamo di fronte. La rete è uno strumento fantastico e troviamo una relazione del Parco Naturale Adamello Brenta che racconta anni di ricerche: perfetto, non ci resta che fare le stesse cose, ma avremo modo di capire che non è così semplice come ci siamo immaginati.


Estate 2013 . Primavera 2014

Già a luglio iniziamo a frequentare quel bosco, la prossima primavera quando la ricerca si intensificherà dovremo muoverci di notte quindi è fondamentale conoscere l’ambiente e provare tutte le vie d’accesso: la neve non mancherà. Ogni uscita è l’occasione per cercare segni di presenza del Cedrone, soprattutto escrementi. Ci muoviamo con un gps in modo da tracciare il percorso e studiare le mosse dell’uscita successiva.

Arriva l’inverno e con esso arrivano le prime nevicate. La neve è stata abbondante, direi anche troppo e ci costringe a 2 ore di cammino solo per raggiungere la zona di ricerca. E il Gallo Cedrone ? Lui c’è, non si vede, non si sente, ma c’è!!! Lascia escrementi e piste sempre nella stessa zona da mesi, sappiamo che al canto non sarà lì, ma per il momento non abbiamo altro.

Finalmente è marzo, nelle uscite precedenti abbiamo già macinato una sessantina di km a piedi e siamo impazienti. Decidiamo di passare una notte nel bosco per fare un po’ di esperienza. Salendo quella sera incontriamo una pista lasciata dal Gallo Cedrone , decidiamo però di attenerci al programma e montiamo il capanno in un altro punto scelto sulla base dei dati raccolti l’anno scorso nel periodo post canto. Ovviamente notte sprecata, ma è solo la prima di tante. Come dicevo non abbiamo esperienza e questo è un osso duro. Rientrando decidiamo di gironzolare nei paraggi della pista vista la sera prima, troviamo un dormitorio e nuove piste: siamo al settimo cielo, il cedrone aveva abbandonato la posizione “estiva” e si stava spostando. Questo sarà il punto dove dormiremo le uscite successive, altre notti senza risultati, anzi dopo pochi giorni ci è chiaro che anche quel punto era stato abbandonato.

Arriva la metà di aprile, il gps ci dice che i 100 km a piedi sono stati raggiunti! A questo punto però le idee sono confuse, anzi siamo ancora in alto mare.

In tutti questi mesi mi consulto con un ragazzo che questo lavoro l’ha già fatto e da adesso in poi i suoi consigli saranno preziosi. Di escrementi ne troviamo tanti, ma in posti tra loro troppo distanti. Dobbiamo riuscire a dare una svolta alla ricerca, il tempo stringe. Decidiamo di salire e trattenerci per due giorni durante i quali setacciare tutta la zona conosciuta. Prima notte passata nel posto sbagliato. Seconda notte passata nel posto sbagliato. Ogni mattina all’alba restiamo in silenzio per ore nella speranza di sentire un POP, ma niente. Il canto del gallo cedrone inizia con un calmo e ritmico “tic-ap, tic-ap, tic-ap” e termina con un improvviso “pop” (come lo stappare di una bottiglia), seguito da una serie di note sibilanti e sussuranti, ma a dispetto della sua stazza il suono è molto debole e difficile da sentire se troppo distanti, anche se la verità è che noi non siamo nella zona del canto. All’alba del secondo giorno siamo stanchi, delusi ed un po’ incazzati. Decidiamo di tornare nel punto dove tutto era iniziato e di ricominciare da zero. In realtà in quella zona ci siamo passati quasi tutte le volte, ma senza risultati. La ricerca adesso però si fa pianta per pianta!!! Dopo un po’ troviamo una pista, poi una pianta dormitorio e infine lui s’invola!!! E’ il punto che cercavamo, deve essere il punto giusto!!!! Montiamo le reti mimetiche creando un capanno fisso che useremo alla prossima uscita, se il posto è quello vogliamo che si abitui alle reti.

Arriva finalmente il momento della verità. Alle due del mattino lasciamo il parcheggio, la neve è calata e adesso in una mezz’oretta siamo sul posto. Raggiunta la zona spegniamo le pile, andiamo oltre per non disturbalo, sempre se lui è lì. Ci cambiamo con maglie asciutte e una volta pronti ci portiamo verso il capanno, al buio non è semplice, dobbiamo fare attenzione, non fare rumore e non perdere tempo, appena trovato il capanno dentro veloci e silenzio di tomba. Se quella è la zona del canto non possiamo permetterci di disturbarlo: una fotografia non vale il danno che potremmo provocare all’accoppiamento!! La notte è umida e fredda, non riesco a dormire. Verso le cinque quando ormai il freddo si faceva sentire e me ne stavo rannicchiato per cercare di riscaldarmi, finalmente in lontananza sento tic-ap, tic-ap. Credo di aver vissuto questo momento con l’immaginazione decine di volte, ormai lo sentivo anche se non c’era, ma questa volta no, questa volta era tutto reale. Sveglio Ivan con due pugni sulla spalla: zitto e ascolta. E’ lui, non è lontano, ovviamente non si vede. Dopo poco sentiamo un involo, poi un secondo, atterra a meno di 10 metri da noi: inizia la danza. Il canto, la parata, i salti, tutto come lo avevamo immaginato, anzi sognato. Non c’è luce per fotografare, restiamo immobili ad osservarlo per qualche minuto poi se ne va. Più tardi ritorna e ci concede anche qualche scatto.

Gallo cedrone

Aprile 2014 – Gallo cedrone (maschio)

Tornando all’auto, stappiamo le due birre che ci hanno fatto compagnia nell’ultimo periodo pronte per festeggiare.

MI

Aprile 2014 – Io ed Ivan


Primavera 2015

Decidiamo di tornare per un sopralluogo e pianificare le prossime mosse. La prima domanda a cui dare risposta è: ci sarà ancora?
L’avvicinamento è lungo, si parte con gli sci da lontano per la troppa neve, ma poi ci basta entrare nel suo territorio ed un involo pesante è la risposta che volevamo. Raggiunta l’arena di canto si ripassa quanto osservato l’anno prima, contiamo sul fatto che più o meno le cose andranno allo stesso modo, sulla base di questo studiamo il punto dove posizionarci ed una possibile nuova via d’accesso. Manca ancora molto al periodo del canto, al solito entusiasmo si aggiunge l’impazienza, le aspettative sono molte e l’attesa sembra infinita.
Finalmente è ora di iniziare, ma dai primi appostamenti qualcosa non funziona come ci aspettavamo. Lui è strano, canta dalla sua pianta ma non si vede mai a terra, anzi dopo poco abbandona la zona. Il calendario ci dice che i giorni sono quelli giusti, ma è invisibile, si sommano le notti passate a vuoto ed iniziamo a temere che la stagione sia persa.
Quel venerdì sera partiamo stanchi, solite ore di auto, poche ore di sonno prima di incamminarsi verso l’appostamento. Si decide di anticipare la partenza dall’auto, ormai non sappiamo più che pensare, ci facciamo mille domande e la paura di sbagliare qualche mossa è forte. Verso le 3 siamo asciutti, con l’attrezzatura pronta e non ci resta che aspettare. Non fa più freddo del solito e riesco addormentarmi, mi sveglia lui col suo canto. Qualche secondo di smarrimento perchè del resto accade così tutte le mattine, ma questa volta non è la suoneria del cellulare che riproduce il suo canto, è lui dal vivo e fa uno strano effetto.
C’è poca luce, non possiamo fare altro che aspettare che accada qualcosa. Si sente il canto di una femmina e poco dopo la sentiamo volare in arena. È in pianta proprio sopra di noi. Non serve che ci parliamo, sappiamo benissimo entrambi che non dobbiamo fare il minimo rumore, quindi restiamo immobili per quasi un’ora, poi il momento tanto atteso: un battito d’ali pesante e fragoroso, lui è a terra ed inizia la sua danza. Non vedo molto e sinceramente sulle prime non ho nemmeno capito se si era mossa la femmina, Ivan mi sussurra: sono due. Poco dopo li vedo anch’io: un maschio e due femmine, il corteggiamento, gli spostamenti, i balzi, il canto ininterrotto. Il tutto prosegue per ore fino alle 10:30 del mattino, un tempo interminabile.
Siamo stanchi ma ancora una volta consapevoli di avere avuto un grande privilegio, non tanto per le possibilità fotografiche che non sono mancate, ma per aver avuto così a lungo la possibilità di osservarne il comportamento.
Era deciso che saremmo rimasti anche per il giorno seguente, verso il tramonto mentre cenavamo al limite del bosco abbiamo sentito il suo canto, qualche “tic-ap” a chiudere una giornata magica.
È gennaio mentre scrivo questi pensieri, ma è bastato rivivere quel giorno per ritrovare l’impazienza di allora e fare i conti con la stessa domanda: ci sarà ancora?


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